Quel bambino in copertina

Austerlitz

W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi


Di Winfried Georg Sebald, scrittore tedesco che non amava la Germania, avevo letto Gli anelli di Saturno, di cui mi erano rimasti ricordi vaghi: lunghe passeggiate nella campagna inglese, storie belliche, tante foto in bianco e nero all’interno del testo, e che col testo avevano a volte relazioni poco chiare. Vaghezza del ricordo dovuta all’età che avanza, certo, ma anche alla struttura centripeta del romanzo, e già a chiamarlo romanzo mi sembra di non rendergli giustizia. Alla fine della lettura, però, si coglieva un filo sottile che legava le divagazioni di Sebald, e anche una sorta di sollievo, ad aver letto un libro che aveva la forma libera e lo spirito di un giro a piedi senza meta apparente. Poi, qualche tempo dopo, mi capitò di comprare l’ultima opera di Sebald, pubblicata a ridosso della sua morte: acquisto impulsivo, motivato in gran parte dalla copertina, come mi accade sempre più spesso. Austerlitz finì nella mia libreria, dove restò per anni, in attesa che venisse il suo momento.
La copertina raffigura un bambino biondissimo in bianco costume da piaggio, che ci guarda assorto. E’ Jacques Austerlitz, protagonista del romanzo, ma noi non lo sappiamo, fino ad oltre la metà del racconto, quando Austerlitz, che ha incontrato il narratore in modo del tutto casuale in una stazione negli anni ’60 e continua ad incontrarlo sporadicamente nei decenni successivi raccontandogli la sua infanzia di bambino adottato in Galles e i suoi studi di storia dell’architettura, svela quanto lui stesso ha appena scoperto: è arrivato in Inghilterra a 4 anni su uno dei convogli di bambini ebrei provenienti dalla Germania, salvato così dalla morte nei campi di sterminio. La ricerca delle proprie origini lo porterà a ritrovare un’amica della madre, a visitare il ghetto di Theresienstadt, a capire il proprio senso di straniamento e sradicamento, durato 50 anni, e a a ripercorrere il viaggio in treno verso l’Inghilterra. Può sembrare un racconto già sentito sull’Olocausto, ma lo è solo in misura minima. E’ soprattutto un racconto di svelamento e riappropriazione della propria identità, peraltro mai consolatorio. L’emergere, dalla nebbia di un passato rimosso e dimenticato, delle immagini di visi e luoghi, di ricordi, persino della lingua materna, ha una potenza di verità assoluta. E in questo movimento di crescente consapevolezza acquistano senso tante osservazioni e riflessioni della prima parte del racconto, che sembravano slegate e perfino casuali, frutto delle divaganti conversazioni di due signori eccentrici. Tutto si compone in un quadro coerente, un amore non vissuto come l’atmosfera delle sale di aspetto delle stazioni, la forma ricorrente della stella come la missione delle biblioteche. E se non si può sorridere, almeno si respira, insieme ad Austerlitz.

La citazione: “La vecchia biblioteca in Rue Richelieu è ormai chiusa, come ho potuto appurare di recente, disse Austerlitz; la sala dal soffitto a cupola, nella quale i paralumi di porcellana verde diffondevano una luce così gradevole, così rassicurante, è deserta, i libri sono stati tolti dagli scaffali che si susseguivano in forma circolare, e sembrano essersi dispersi ai quattro venti anche i loro lettori, che una volta sedevamo agli scrittoi numerati con targhette a smalto, gomito a gomito con i loro vicini e in tacita armonia con chi li aveva preceduti”

Un libro tira l’altro: Walter Benjamin, Infanzia berlinese, Einaudi