Lavorare stanca

Oggi è il 1° maggio.  Per celebrare a mio modo questa giornata che continua a riguardarci tutti, ecco 5 libri che raccontano come il lavoro è cambiato e ci ha cambiati.

1 . Simone Weil, La condizione operaia, Mondadori, 1990

Una intellettuale della ricca borghesia ebraica che negli anni ’30  decide di andare a lavorare in fabbrica per vivere pienamente la propria vocazione rivoluzionaria: nascono così gli scritti di questa raccolta (diari di fabbrica, lettere, saggi storici e teorici). E’una testimonianza straordinaria del pensiero vibrante di una mente che seppe coniugare rigore filosofico e passione politica.
“Come si vorrebbe poter deporre la propria anima, entrando, insieme al proprio cartellino e riprenderla intatta all’uscita! E invece accade il contrario. La si porta con sé in fabbrica, dove patisce; e la sera, quello sfinimento l’ha come annientata e le ore di libertà sono vane”

2. Paolo Volponi, Memoriale, Einaudi, 1981

Anni ’60: Paolo Volponi, in pieno miracolo economico, racconta la storia di solitudine, malattia e perfino follia di Albino Saluggia, operaio che cerca nella fabbrica un riscatto e una felicità impossibili.
“Amavo a poco a poco la fabbrica, sempre di più man mano che m’interessava meno la gente che vi lavorava. Mi sembrava che tutti gli operai avessero poco a che fare con la fabbrica, che fossero o degli abusivi o dei nemici, che non si rendessero conto della sua sovrumana bellezza e che proprio per questo, lavorando con più fracasso del necessario, parlando e ridendo, la offendessero deliberatamente.”

3. Richard Sennett, L’uomo flessibile, Feltrinelli, 2001

Classico esempio di titolo mal tradotto. L’originale recita: The Corrosion of Character. The Personal Consequences of Work in the new Capitalism. Infatti il tema che sta a cuore a Sennett è proprio questo: come le condizioni di lavoro sempre più flessibili portino ad una perdita di identità e ad una costante sensazione di inadeguatezza.
“Il tempo ravvicinato e flessibile del nuovo capitalismo sembra rendere impossibile trarre una continuità narrativa dai propri lavori, cancellando le condizioni della carriera. Eppure se non tentiamo di spremere da queste condizioni un qualche senso di continuità e di scopo ci ritroviamo letteralmente a tradire noi stessi”

4. Andrea Fumagalli, Lavoro male comune, Bruno Mondadori, 2013

Un economista prova a mettere in discussione le nostre più radicate convinzioni sul lavoro, in questa fase di crisi mondiale senza ritorno. La proposta non è nuova ma è assai ben spiegata: il reddito di base garantito.
“L’uomo non è nato per non far niente. La noia non gli si confà. Il suo essere razionale e romantico, e non solo istintuale, lo porta necessariamente a cercare qualcosa di più del soddisfacimento dei bisogni primari. L’essere umano è portato a fare, a essere attivo, non passivo. Ma è homo faber solo se libero di scegliere, non se agisce per costrizione o pura necessità.”

5. Bob Black, L’abolizione del lavoro, Nautilus, 1992

Un libello vecchio stile? Una provocazione? Una utopia? Un gioco? Il minisaggio di Bob Black può essere tutte queste cose. Ma soprattutto è una lettura liberatoria che dà grande allegria.
“Tu sei quello che fai: se fai un lavoro stupido, noioso, monotono, hai buone probabilità di diventare stupido, noioso e monorono. Il lavoro è la migliore spiegazione per il cretinismo servile di cui siamo circondati, ancor più dei pur potenti meccanismi di istupidimento rappresentati dalla televisione e dal sistema di istruzione”