Mille giorni in gran festa

Non conoscevo alcuna costrizione, la città era per noi un campo di giochi, il suo vecchio quartiere arrampicato nella roccia, i suoi bastioni e le sue torri, i vicoli che scendono al porto come rigagnoli ci offrivano una libertà fisica senza confini. Era una straordinaria fortuna che non cesserò di rimpiangere, a confronto con le prigioni della modernità.
Subito fuori di questa cerchia incontravamo la campagna con veloci corse in bicicletta, le strade polverose, la distesa bianca delle saline, le grandi spiagge ventose, dove d’estate migravamo in massa su trenini simili a quelli del west. Un’eccitata stagione di bagni cominciava con l’ultimo giorno di scuola per finire con i temporali d’autunno. Ho calcolato di aver passato su quelle spiagge africane almeno mille giorni in gran festa, “fuori e dentro l’acqua come animali rivieraschi”, senz’altra regola che quella dettata dal corso del sole. Più che nella memoria quelle ore restano impresse nel corpo, come un fascio di sensazioni inalterabili che la luce di un mattino e un colpo di vento risvegliano di sorpresa.

Luigi Pintor, Servabo, Bollati Boringhieri, 1991, pag. 18

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