Col capo chino

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scaroe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Einaudi, 1976, pag. 5

2 pensieri su “Col capo chino

    • Questo libro, ereditato come tanti dalla biblioteca di mio padre, fa parte della categoria “libri importanti di cui ho tanto sentito parlare e che forse proprio per questo non ho mai avuto davvero voglia di leggere”. Ora invece, dopo decenni, è venuto il suo momento e, come spesso accade, si sta rivelando molto diverso da come me l’ero immaginato… mi sta molto piacendo soprattutto la scrittura, che ha una musica interna meravigliosa.

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