L’anima chiede altro

La biblioteca è un naturale e privilegiato rimedio per l’anima. Non so se addirittura l’unico, ma certamente quello che non tradisce. Certamente uno spazio della speranza; in ogni caso un luogo tutto da pensare, nel senso che non è questione di cultura amministrata, con impiegati, burocrati e dirigenti affaccendati in gare d’appalto e fatture elettroniche; è invece faccenda di corpo vivo, di carne pulsante. Dentro ogni esistenza c’è un borbottio duro da ascoltare, aspro, a volte furioso, e bisogna portarlo in superficie: nostro compito è quello di dargli respiro e parole. Ripeto, la cultura non si amministra. Si amministra la cornice che le sta intorno, e di quella cornice si occupano sindaci, assessori e sottosegretari. A loro è delegato il compito di trovare denaro per costruire i muri che conterranno i libri, per comprare scaffali e computer che contribuiranno alla crescita del PIL. L’anima chiede altro: orizzonti per allungare lo sguardo, utopie per vincere la monotonia delle opinioni, chiede di ubriacarsi di aurore, di ascoltare chi suona uno strumento per strada, di camminare senza meta, di baciare, di raccogliere le olive in ottobre, di leggere un libro insieme ad alta voce.

Lucilio Santoni, E nell’anima aprire biblioteche, in Federico Garcia Lorca, E poi libri, e ancora libri; Lindau, 2017, pag. 35.

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