La montagna in un libro

Questo libro mi colpì appena uscito per la copertina e per il fatto che si svolgesse in montagna. Come spesso mi succede, non lo comprai subito (se comprassi tutti i libri che mi incuriosiscono spenderei una quantità di soldi impossibile da sostenere) ma lo tenevo d’occhio, e notai che su giornali, in Tv, in rete, molti ne parlavano in modo lusinghiero. Poi la vittoria al Premio Strega proiettò Cognetti (che era uno dei tanti giovani promettenti pubblicati da piccole case editrici, e guarda caso vince un premio prestigioso quando passa ad Einaudi, ma sappiamo come vanno queste cose) nell’empireo degli scrittori celebrati, intervistati, osannati.  Fu a questo punto che decisi di attendere che si posasse il polverone mediatico, evitando di ascoltare e leggere interviste e recensioni, perché in questi casi (ma anche in generale) mi piace farmi un’idea mia, e me la faccio solo leggendo “in purezza” per così dire.

Qualche settimana fa mi è venuto in mente di cercare il libro in biblioteca, già avevo fatto qualche tentativo sempre fallito perché il grande successo lo ha reso molto richiesto al prestito, e questa volta lo ho trovato.
Ho cominciato il libro con qualche esitazione in quanto reduce dalla lettura molto emozionante, direi straziante, di un autore molto ma molto diverso da Cognetti: parlo di Leggenda privata di Michele Mari. E mi ci è voluto un po’ di tempo per fare l’orecchio allo stile scarno di Cognetti, alla sua parsimonia con gli aggettivi, ai suoi personaggi di poche parole. Ma mentre la lettura avanzava, ho cominciato ad entrare nei luoghi di questa storia, a vedermeli davanti agli occhi come sempre accade quando un romanzo si fa strada nell’immaginazione di chi legge. C’è davvero una profonda sintonia con la montagna in queste pagine, una malinconia leggera e lucida nel raccontare la decadenza di case, pascoli, bestie e uomini che sulle Alpi si ostinano a vivere. C’è anche una bella storia di amicizia tra uomini, che per me lettrice donna è doppiamente sfuggente. C’è un rapporto tra padre e figlio difficile ed intenso, che come spesso accade trova il suo significato solo nella prospettiva data dalla morte. C’è una casa costruita dai due amici, una casa a cui mi sono affezionata e che vorrei visitare.
E quindi alla fine sì, è proprio un buon libro. E Paolo Cognetti, ora che sto vedendo qualche intervista in rete, mi sta simpatico, col suo abbigliamento da montanaro, la sua pacatezza, la faccia di uno che con i soldi del Premio Strega si è comprato una stalla.

La citazione: Subito dopo mi accorsi di avere appena ripetuto un gesto tipico di mio padre. Quante volte l’avevo visto, mentre guidava, chinarsi in avanti e alzare gli occhi al cielo? Per controllare il tempo o studiare il versante di una montagna o solo ammirarne la forma mentre passavamo. Teneva le mani alte sul volante e ci appoggiava la tempia sopra. Così lo ripetei di nuovo, quel gesto, questa volta con attenzione, immaginando di essere mio padre a quarant’anni e aver appena imboccato la valle, con una moglie seduta accanto e un figlio sul sedile posteriore, in cerca di un posto buono per tutt’e tre.

Un libro tira l’altro: Antonella Tarpino, Spaesati, Einaudi

2 pensieri su “La montagna in un libro

  1. io l’ho letto in tempi poco sospetti, cioè prima dello Strega, incuriosito dall’ambientazione in una valle che conoscevo bene. Nel complesso non mi ha deluso, mi sono piaciuti il concetto di montagna ruvida, lontana dalle rotte del turismo, la storia di un’amicizia difficile ma solida, i legami familiari, più quello con la madre che quello un po’ scontato con il padre. Meno mi è piaciuta tutta la divagazione sulle montagne nepalesi, vi ho sentito un che di posticcio come l’avesse messo lì solo per giustificare titolo e metafora.
    ml

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