Che bella scoperta!

Lo confesso: fino a due giorni fa non avevo mai letto nulla di Edith Wharton. Ricordavo il profilo della scrittrice tracciato nelle storie della letteratura americana studiate all’università, avevo visto il bel film di Scorsese tratto da L’età dell’innocenza, ma un incontro a tu per tu con l’autrice ancora mi mancava.

L’altro giorno, cercando sugli scaffali della mia biblioteca l’ispirazione per un nuovo romanzo da leggere, lo sguardo è caduto su Ethan Frome, acquistato mesi e mesi fa e riposto nella sezione letteratura americana in attesa che venisse il suo momento. Riprendendolo in mano, mi sono ricordata cosa mi aveva spinto all’acquisto: in quarta di copertina una citazione del compianto Harold Bloom che accosta l’atmosfera di questo romanzo breve a quella di Cime tempestose.

A lettura ultimata, non condivido del tutto l’accostamento, ma di sicuro ho scoperto una scrittrice di potenza notevole, e mi sono appssionata alla lettura come non accadeva da un po’. Le 120 pagine del romanzo racchiudono una storia tragica di amore e morte, di destino implacabile come il gelido inverno del New England che fa da sfondo alla vicenda. La scrittura della Wharton riesce a definire con pochi tratti la psicologia dei suoi personaggi, l’ambiente cupo e claustrofobico della casa dei Frome, la bellezza imperscrutabile del paesaggio innevato. Il lettore sa fin dall’inizio che un evento drammatico ha segnato la vita del protagonista; il lungo flashback che ricostruisce la vicenda porta in un crescendo emotivo fino al crudele finale che, con un colpo di scena magistrale, lascia una profonda impressione.

Nella Introduzione alla traduzione italiana, Elisabetta Rasy sottolinea come in quest’opera la Wharton trova la sua voce più autentica, la stessa dei romanzi più noti, ambientati nell’alta società newyorchese cui apparteneva. Diverso lo sfondo, ma identica la volontà della scrittrice di “stabilire e affermare quelle verità profonde o nascoste della natura umana e delle sue comunità che sta alla letteratura ineducatamente rivelare” (pag. 14).

Non mi resta che approfondire la conoscenza di questa autrice, magari in lingua originale…

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